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Le caratteristiche dei programmi OCR

L’utilizzo dei programmi OCR è ormai una realtà quotidiana, che non ha più nulla di sorprendente se non gli ottimi risultati, in un grandissimo numero di aziende che hanno bisogno di uno strumento efficiente per la conversione dei documenti fisici in copie digitali. Ormai inserire un documento in un apposito scanner e vederlo pochi secondi dopo trasformato in un file privo di errori e pronto per qualsiasi modifica nei normali software di lavoro è un’operazione a cui chi lavora in ufficio è abituato, e non rinuncerebbe facilmente!

Ecco alcune delle caratteristiche a cui i migliori programmi OCR ci hanno abituato:

• Formati multipli di output: operare una conversione di un documento fisico a formato digitale ci mette di fronte alla domanda riguardo quale fra i tanti formati esistenti sia quello più utile per il lavoro che dovremo svolgere successivamente. I programmi OCR moderni permettono di convertire in una gran varietà di formati, dal semplice testo a PDF, MS Word, MS Excel, RTF, e perfino HTML.

• Supporto multilingua: soprattutto oggi, che il lavoro è massicciamente internazionalizzato e si devono trattare documenti in lingue differenti, è importante scegliere programmi OCR che includano un supporto multilingue, così da garantire una corretta acquisizione da sorgenti in lingue diverse. I programmi di buona qualità includono come minimo Inglese, Italiano, Francese, Tedesco, Giapponese, Cinese e Russo, ma le lingue disponibili non si limitano sicuramente a queste.

• Capacità di operare su grandi volumi di file: I programmi OCR vengono utilizzati in ambito professionale, e quindi devono convertire un gran numero di documenti, spesso anche voluminosi. È assolutamente necessario – e i migliori programmi lo garantiscono – che il lavoro non trovi intoppi nemmeno in questi casi; alcuni programmi OCR risolvono permettendo di digitalizzare più documenti allo stesso tempo, mentre altri ovviano al problema con un tempo di elaborazione molto rapido.

• Affidabilità: è ormai scelta comune orientarsi su programmi OCR installati in rete, che possano così essere utilizzati dall’intera Azienda e integrarsi semplicemente nei flussi di lavoro. Anche mentre operano su dozzine di documenti contemporaneamente, questi sistemi devono quindi garantire di non rischiare alcun tipo di blocco o malfunzionamento, che comprometterebbe il loro scopo.

• Supporto tecnico: una volta che i programmi OCR entrano a far parte degli strumenti di lavoro standard dell’azienda, e la digitalizzazione diventa una fase quotidiana e normale del lavoro, qualsisi problema essi manifestino può causare rallentamenti e intoppi sul lavoro. Per questo, i migliori pacchetti software includono sempre un supporto tecnico in remoto, tramite telefono o addirittura accesso remoto ai PC, per poter risolvere tempestivamente qualsiasi disguido.

Un confronto fra trasporto aereo e navale

Le scelte che si devono fare in un’azienda sono numerosissime, e la globalizzazione del mercato non ha fatto che aumentarle; una di queste è quella relativa alla modalità scelta per il trasporto delle proprie merci, che ormai sempre più spesso devono essere spedite a grandi distanze, rendendo tale scelta un’importante occasione di controllo dei costi e di costruzione della reputazione. Ecco a tale riguardo quattro macroaree di grande importanza per analizzare le differenze fra le due modalità di trasporto su lunghissime distanze, ossia quella aerea e quella navale.

1. COSTO
Non c’è alcun dubbio che quella relativa al costo sia una delle prime considerazioni che è normale fare in qualsiasi decisione d’investimento, e quindi anche in quella relativa al trasporto delle proprie merci, sia per quanto riguarda la vendita che per quanto concerne l’approvvigionamento. Le distanze e i possibili interlocutori sono talmente tanti che è necessario valutare caso per caso, anche aspettandosi delle sorprese; tuttavia, come regola generale, è ragionevole affermare che il trasporto aereo è sempre più costoso di quello navale.

2. TEMPI
Per quanto riguarda i tempi, se non altro, il vincitore fra i due metodi di trasporto è netto: il trasporto per via aerea richiede un paio di giorni per tragitti che, via mare, richiedono anche un mese. Ciò nonostante, per distanze meno estreme, una buona organizzazione può permettere di avere tempi di consegna con trasporto su nave intorno alla settimana, che con una valida gestione di magazzino, specie per gli approvvigionamenti, possono essere accettabilissimi.

3. AFFIDABILITÀ
Sul piano dell’affidabilità, il confronto fra trasporto navale e trasporto aereo ci riserva una sorpresa per molti inaspettata. Il primo ha infatti letteralmente secoli di storia, ed è il secondo che è cosa degli ultimi decenni; ciò nonostante, il trasporto aereo si dimostra regolarmente più affidabile, dato che mentre i ritardi di un aereo possono ammontare a qualche ora, il cattivo tempo può rallentare – e solitamente lo fa – il viaggio di una nave anche di due o tre giorni, che spesso possono rivelarsi un tempo inaccettabile.

4. IMPATTO AMBIENTALE
Le preoccupazioni riguardo all’ambiente si fanno sempre più serie e condivise, e anche in questa scelta non è possibile trascurarle. Purtroppo, in questo caso, la decisione è meno chiara.
Se infatti, in condizioni ottimali, il trasporto navale parrebbe da preferire – dato che libera nell’atmosfera una quantità molto minore di biossido di carbonio rispetto a quello aereo – è anche vero che in caso di disastro un naufragio libera una quantità di carburante che può contaminare gravemente zone vastissime di mare, laddove un aereo non genera problemi simili.

Celle di carico: cosa sono e come funzionano?

Negli ambiti industriali più diversi, si fa un gran parlare di celle di carico: si tratta di dispositivi ormai fondamentali in molti processi produttivi e logistici, disponibili in modelli e configurazioni diverse quanto le loro possibili applicazioni. Ma esattamente, che cosa sono queste celle di carico, e come fanno a svolgere la propria funzione?

Iniziamo, come è buona norma fare, dalla definizione. Le celle di carico sono dei dispositivi elettronici – nello specifico, dei cosiddetti trasduttori – che hanno la funzione di convertire una forza in un segnale elettrico misurabile: nel caso delle celle di carico, quella forza è il peso dell’oggetto da misurare. Come però purtroppo accade spesso, la definizione pur essendo precisa non è chiarissima per il profano, e ci lascia dei punti incerti. Ad esempio, quel che non risulta chiaro è quale scopo possa avere convertire un peso in un impulso elettrico, e perchè dovremmo volerlo fare. La risposta in realtà è molto semplice, ed è la chiave del successo delle celle di carico.

Il peso, infatti, non è altro che un dato. Ma una volta che diventa un segnale, quel dato può andare a costituire un’istruzione per un macchinario o per un intero sistema. Ad esempio, in un sistema di miscelazione, possiamo usare delle celle di carico per misurare che sia stata immessa la giusta quantità di un ingrediente, arrestarne l’erogazione, e passare al successivo; in un sistema di impacchettamento, possiamo controllare che i contenitori contengano la giusta quantità di materiale, e scartare quelli insoddisfacenti; e laddove sia necessario bilanciare un carico, un sistema con celle di carico digitali può rilevare eventuali squilibri di peso e provvedere a correggerli.

Per questa ragione, le applicazioni delle celle di carico sono numerosissime: ovviamente a far la parte del leone sono i sistemi di pesatura, ma allo stesso modo sono elementi fondamentali nei sistemi di riempimento, nei silos alimentari, e perfino nelle gru.

4 consigli per perdere peso facilmente

Perdere peso: nella nostra parte del mondo, sta diventando un problema sempre più urgente e diffuso. Da un lato ci sono le pressioni del mondo dei media, che ci presentano modelli di bellezza con standard elevatissimi e difficili da raggiungere; dall’altro, la nostra alimentazione è spesso eccessiva e poco sana, il che ci porta ad avere bisogno di dimagrire per motivi effettivi di salute. Ma anche dimagrire è un’attività da condurre in modo sano e graduale, altrimenti i risultati possono essere di breve durata, e farci più male che bene! Ecco qualche consiglio in tal senso:

1: determinate un valido obiettivo
Non dimagrite mai “per essere come qualcuno” – un attore, una modella, un personaggio famoso. È una motivazione poco sensata, e soprattutto porta a comportamenti poco salutari. Stabilite invece un obiettivo di peso valido per voi, in base al vostro Indice di Massa Corporea, e lavorate per raggiungere quello: eccedere nel dimagrire non è salutare, e anzi può essere molto dannoso.

2: mangiate sano
Prima di pensare a mangiare meno, pensate a cambiare la vostra alimentazione. Le nostre case sono piene di cibi industriali, artificiali, pieni di carboidrati e conservanti, che sono i peggiori nemici della nostra forma fisica e della nostra salute. Comprate frutta, verdura, carni magre, pesce fresco: scoprirete sapori nuovi, e soprattutto vi aiuterete a costruire un regime alimentare che vi aiuti, di per sé, a liberarvi del peso in eccesso.

3: resistete agli attacchi di fame
Si mangia per nutrirsi; e si mangia anche per piacere. Ma non si deve mangiare, mai, per abitudine o per nervosismo: e invece è proprio questo comportamento, spesso soddisfatto con cibi poco sani e ricchi di carboidrati più volte al giorno, che porta ad un acquisto incontrollato di peso. E se vi risulta difficile perdere di botto l’abitudine agli spuntini, fateli con cibi più sani: verdura e frutta vi soddisfaranno allo stesso modo e non faranno male al vostro corpo!

4: fate ginnastica!
Non esistono alternative: per dimagrire, bisogna fare attività fisica. La dieta vi aiuterà a perdere peso, certo, ma la ginnastica attiverà il vostro metabolismo e renderà molto più organico e rapido il processo. Nessuno si aspetta che passiate le vostre giornate in palestra, naturalmente: mezz’ora di ginnastica ogni giorno, anche in casa, vi darà risultati che sicuramente non vi aspettavate.

Traduzioni tecniche: una sfida non semplice

Qualsiasi testo è essenzialmente un contenitore di informazioni e messaggi: e tutte le volte che si rende necessario veicolare tali informazioni e tali messaggi ad un pubblico che non conosca la lingua in cui il testo è stato originariamente scritto, il lavoro di traduzione non può mai fermarsi alla semplice traslazione dei contenuti nella grammatica e con il lessico della nuova lingua, ma deve sempre essere svolto nell’ottica di renderli fruibili a fondo per i lettori, tenendo conto anche dei diversi modi di pensare e categorizzare le informazioni che derivano dal pensare in una lingua diversa.

Ma quando si parla di traduzioni tecniche, si aggiunge a questo compito già complesso un livello totalmente nuovo di difficoltà: quello derivante dalla necessità di veicolare informazioni estremamente specifiche – dalle prestazioni tecniche di un macchinario, alle norme di sicurezza per il suo utilizzo, a mille altre – che potrebbero essere, per il traduttore, oscure non tanto da un punto di vista grammaticale, quanto da quello dell’effettiva comprensione anche nella lingua originale. La competenza del traduttore è infatti essenzialmente linguistica, e non necessariamente include anche elementi dello specifico campo del testo tecnico, dalla fisica, alla meccanica, alla chimica.

Se le traduzioni svolte da sistemi automatici sono sempre da considerare di bassa qualità, e raramente possono essere presentate ad un pubblico, soprattutto al crescere della lunghezza del testo tradotto, quelle tecniche presentano in misura ancora maggiore questo problema, e richiedono quindi sempre il lavoro di un traduttore esperto e ferrato sull’argomento specifico. Sarà poi costui a scegliere di utilizzare, in quanto spesso utili, alcuni specifici strumenti tecnici, come ad esempio le memorie di traduzione (che permettono di riutilizzare facilmente delle espressioni già tradotte, mantenendo lo stesso linguaggio) o dei glossari specifici relativi alla disciplina tecnica in questione. Del resto, dalla correttezza di una traduzione tecnica può dipendere anche la sicurezza delle persone: non è un campo in cui cercare di risparmiare.

Cataloghi: servono ancora?

Se è vero, come è vero, che l’utilizzo di Internet è ormai non più una novità e nemmeno più una
moda, ma decisamente la modalità più comune e diffusa per informarsi, fare ricerche, scoprire
aziende e prodotti; se è vero che la possibilità di connettersi alla Rete da una grande quantità di
dispositivi mobili fa sì che l’utilizzo di Internet non sia più confinato alla propria scrivania;
se, infine, è vero che le abitudini di consultazione e ricerca di tutti sono ormai sempre più
improntate ad un’estrema velocità e alla massima interconnessione, per trovare subito i dati che si
desiderano… allora quale ruolo e quale significato possono avere, oggi, i cataloghi stampati che
tutti abbiamo visto, per decenni, su un angolo delle nostre scrivanie o nella valigetta degli agenti
di commercio?

Potrà stupire, ma in realtà, i cataloghi cartacei continuano ad avere non soltanto una funzione, ma
un vero e proprio ruolo – una nicchia della comunicazione che è importante presidiare. Quale? Quella
del non immediato, del rapporto umano, e dell’esigenza pratica.

Spieghiamoci meglio.

Per “non immediato” intendiamo semplicemente quella fetta di ricerca che non nasce da un’esigenza
del momento, ma che va lentamente maturando, in mezzo ad altri pensieri, perchè non altrettanto
urgente. E in questi casi, la presenza fisica di un oggetto come il catalogo, sulla scrivania del
cliente, diventa un costante promemoria della nostra esistenza, un continuo segnale che la risposta
che cerca è lì, in un modo che può aggirare perfino le più raffinate tecniche SEO, perchè porta il
cliente a non aprire nemmeno il browser.

Per “rapporto umano” intendiamo invece il momento in cui i nostri prodotti vengono illustrati al
cliente dal nostro responsabile commerciale. La Rete rimane uno strumento che utilizziamo
prettamente da soli; un agente di commercio che mostrasse al cliente la propria offerta su un sito
web ne perderebbe presto l’attenzione, perchè il cliente inizierebbe a navigare in maniera autonoma.
Il catalogo, d’altro canto, si presta perfettamente a guidare e mantenere l’attenzione del cliente
su quello che l’agente ritiene più corretto presentargli, e consolida quel momento di rapporto che
può, in seguito, trasformarsi in fidelizzazione.

Per “esigenza pratica”, infine, intendiamo tutte quelle situazioni in cui ad avere bisogno del
nostro prodotto è qualcuno che, semplicemente, non usa – almeno non in quel momento – il computer.
Vi sembra impossibile? Pensate a stabilimenti meccanici, laboratori artigiani, officine, e ad un
uomo con le mani piene di grasso e trucioli che deve consultare un elenco prodotti. Pensate che si
siederà alla scrivania, o che preferirà sfogliare il catalogo che tiene appositamente su una
mensola?

Naturalmente, volere dei cataloghi cartacei non significa scartare il mondo della Rete. Al
contrario, perfino per realizzarli è possibile, e anzi consigliabile, rivolgersi ad un servizio di
stampa cataloghi on-line
: per costi molto più ridotti rispetto a quelli delle tipografie
tradizionali, infatti, sarà possibile avere un prodotto di identica qualità, con l’aggiunta comodità
di un trasferimento dei materiali necessari completamente digitale e il vantaggio di una consegna
spesso rapidissima. Insomma, in qualche modo, anche quando perde la Rete riesce comunque a vincere!

Borsa: impariamo a conoscere la sua storia

Non importa in quale misura siano diventati precisi e accessibili i sistemi di comunicazione finanziaria, tesi a spiegare in maniera comprensibile e rapida il senso reale dei complessi dati economico-finanziari che risultano dall’analisi del mercato e delle aziende che lo compongono; quando parliamo al grande pubblico della Borsa Valori, questo risulta in ogni modo un mondo misterioso, inaccessibile e quasi scioccante, come se fosse regolato da leggi e sistemi completamente alieni a quelli a cui siamo abituati, come se fosse un’invenzione recentissima che ancora non c’è stato tempo di osservare e comprendere. Ma la realtà è ben diversa, e la Borsa Valori, così come la finanza in genere, esiste e fa parte della nostra società da secoli. Proviamo a ripercorrerne la storia, e scoprire che, in fin dei conti, non fa tutta questa paura.

Chiariamo anzitutto un concetto piuttosto elementare, ma fondamentale e che ci sarà molto comodo nel corso di questo viaggio: ciò che si scambia in una Borsa Valori – ciò che è essenzialmente l’oggetto dell’intera Finanza – è il debito di un’ente (un’azienda o una persona) verso un altro. E il concetto di debito, e quindi di prestito ad interesse, non è certo una novità: se cerchiamo documentazioni storiche, ne troviamo su tavolette d’argilla risalenti alla civiltà Mesopotamica, e dunque vecchie di circa cinquemila anni, e il Codice di Hammurabi, re di Babilonia di quattromila anni fa, prevede leggi precise che lo regolano. Non basta tuttavia il debito a fare la finanza, e su quando sia collocabile il vero, primo atto che ci informa che esiste una Borsa Valori c’è molto meno accordo fra gli studiosi.

C’è infatti chi sostiene che le origini risalgano alle societates publicanorum della Repubblica Romana, che si occupavano di effettuare servizi per il governo (come, bizzarramente, il sostentamento delle Oche Capitoline in ringraziamento per avere avvisato, col loro verso, dell’arrivo dei Galli nel 390 AC.) .Secondo l’Economista Malmendier, queste erano organizzate con partecipazioni, come evidenziato in un’orazione di Cicerone, scambiabili e a valore fluttuante – in sostanza, delle azioni. Secondo altri, l’origine si ritrova meglio con la nascita delle obbligazioni nell’Italia Rinascimentale e Tardomedievale, come i Prestiti forzosi della Repubblica di Venezia nel 1171, dei pagamenti degli interessi sui quali abbiamo tracce precise e complete, senza che ne manchi una, dal 1262 al 1379.

Il passaggio dei secoli vide muoversi i centri della finanza dall’Italia , eminente nel tardo Medioevo e nel Rinascimento (pensiamo a una famiglia come i Medici, che era composta di banchieri) alle città mercantili del Nord Europa, e Amsterdam vide, nel 1602, quell’evento che anche i più prudenti e conservatori fra gli storici ritengono il massimo limite per datare il principio della Borsa valori: la fondazione della Compagnia delle Indie orientali. Se può rassicurare, la confusione nel pubblico data a poco dopo, visto che il primo testo sulla borsa esce nel 1688, scritto da Joseph de la Vega, e si intitola “Confusione delle Confusioni”. Fatto sta che pochi anni dopo vede la luce la Borsa di Londra, il famoso Stock Exchange, e meno faustamente nel 1720 inizia anche la tradizione delle bolle finanziarie, con lo scoppio clamoroso della prima e il conseguente temporaneo rallentamento degli scambi. Nel 1790, anche nei giovani Stati Uniti d’America nasce un mercato azionario in rapida crescita – e il resto, possiamo ben dire, è storia!

La rimozione delle macchie dalla moquette

Pur non avendo più lo stesso tipo di diffusione di cui godeva qualche anno fa, la moquette si trova ancora in molte case. Ha molti vantaggi, sia come isolante termico, sia per la comodità di camminata che offre; tuttavia, ha il problema di macchiarsi facilmente, e di non essere purtroppo altrettanto semplice da pulire: basta del cibo che cade, o una tazza che si rovescia, a macchiarla in maniera evidente.
Per fortuna rimuovere le macchie non è un compito difficile, se si sa come fare e si dispone del giusto equipaggiamento; e se avete la moquette, conoscere qualche trucco è assolutamente fondamentale, per non dover ricorrere a costosi servizi professionali per ogni piccola macchia.

Tecnica dell’assorbimento
Questo trucco è particolarmente semplice da utilizzare, richiede poco tempo, e può risparmiarvi interventi ben più faticosi. Spruzzare sulla macchia dell’acqua mista a detersivo – preferite, se possibile, una soluzione organica – senza però inzupparla, e poi usate della carta assorbente per asciugarla. Quando sarà completamente asciutta, passate l’aspirapolvere: le macchie più leggere saranno completamente eliminate.

Metodo Bonnet
Questo metodo prevede di utilizzare acqua e una spazzola rotante per inumidire le parti macchiate. Dopo avere inumidito leggermente la parte sporca della moquette (eventualmente asciugando l’eccesso d’acqua) si applica la spazzola rotante alla moquette la si mette in funzione, ripassandola fino ad avere eliminato la macchia. Il metodo è molto efficace, ma ovviamente poco pratico se si tratta di ripulire l’intero pavimento.

Lavaggio a shampoo
Per questa semplice tecnica si utilizzano appositi prodotti, sia di tipo a schiuma che di tipo liquido. I prodotti detergenti andranno spruzzati sulle parti macchiate, lasciati asciugare, e quindi si passerà l’aspirapolvere; per le aree dove le macchie sono più tenaci, potrà rivelarsi necessario passare gentilmente una spazzola a setole morbide sull’area interessata, subito dopo avere spruzzato lo shampoo. Questo solleverà le particelle di sporco, rendendo più semplice aspirarle in un secondo momento.

Pulizia a vapore
Per il lavaggio della pavimentazione a moquette, questo rimane probabilmente il metodo più diffuso e efficace, usato anche dalle aziende professionali. La prima tappa è un passaggio approfondito e attento dell’aspirapolvere; rimossa la polvere superficiale, si potrà spruzzare l’apposito detergente sulla moquette e, dopo una decina di minuti di azione, passare all’utilizzo della pulitrice a vapore, che irrorerà di vapore la moquette e ne aspirerà la sporcizia. Una volta effettuata la pulizia, sarà fondamentale procedere ad una perfetta asciugatura della moquette, per evitare che prenda odore di umido, usando eventualmente un apposito aspiratore se se ne dispone. Questa tecnica, ovviamente più complessa delle precedenti, ha però il vantaggio di essere molto efficace, soprattutto per il lavaggio di un intero pavimento.

Le viti: uno strumento ideale

La viteria ha un ruolo fondamentale nel permettere di connettere insieme parti diverse di un oggetto più grande. Sebbene infatti i chiodi e la colla – gli altri due metodi basilari – siano in effetti più rapidi nell’esecuzione e non richiedano alcuna preparazione, essi soffrono entrambi di due identici difetti: da un lato, non hanno assolutamente la resistenza di una connessione effettuata con viti, e dall’altro, sono permanenti, ossia non possono essere smontati con facilità senza danneggiare il materiale.

Parlando dunque di viti, è necessario chiarire che ne esiste una varietà assolutamente enorme, differenziata in maniera significativa per materiale costruttivo, finiture, dimensioni, misure del filetto, forma della testa, e perfino per tipo di invito – le famose viti “ a croce” e “a taglio”, naturalmente, ma anche tipi più complessi come le viti Pozidriv, le Supadriv, e le Phillips, tutte progettate per offrire una miglior presa fra vite e cacciavite.

Anche limitandosi ai semplici tipi a taglio e a croce, comunque, si trova una varietà significativa, e che soprattutto richiede sempre di usare il giusto cacciavite per non rischiare di danneggiare, ed eventualmente spanare, la testa della vite, rendendo impossibile stringerla o allentarla. Se è vero che questo diventa più semplice con le viti a croce, che possono accettare cacciaviti con una certa tolleranza, è anche vero che le stesse sono quelle che più facilmente possono riempirsi ad esempio di vernice, diventando difficilissime da ripulire e quindi da maneggiare una volta installate.

Per quanto riguarda le teste, invece, possiamo riconoscere anche qui due tipi fondamentali, ossia quelle svasate, fatte per arrivare a filo del materiale in cui sono inserite, e quelle a testa tonda, che invece ne sporgono. Queste ultime sono utilizzate, solitamente, nel caso in cui il materiale da avvitare sia tanto sottile da non poter ospitare lo spessore di una vite svasata, e quindi vengono di norma previste in zone nascoste o poco visibili. Le viti svasate, d’altro canto, richiedono una preparazione maggiore, dato che il loro foro d’invito deve essere appunto sagomato per accoglierle, ma permettono finiture molto eleganti e senza sprechi di spazio né necessità di tolleranze.

Sotto il piano dei materiali, infine, sicuramente a dominare il mercato è l’acciaio dolce, che non esibisce particolari qualità ed è anzi piuttosto vulnerabile alla ruggine. Per questa ragione, soprattutto dove ci sia presenza di umidità, è meglio preferire viti con finiture anticorrosione, come quelle al cadmio o zincate, oppure direttamente realizzate in metalli che non arrugginiscono come l’alluminio o l’ottone, o ancora il costoso, ma altamente performante, acciaio inox.

L’uso dei profili in gomma nell’industria dell’automobile

Non ci sono settori dell’industria che, oggi, possano sognarsi di rimanere indietro ignorando il continuo progredire delle tecnologie, delle procedure, e delle scoperte tecniche, per non parlare poi del continuo sviluppo dei nuovi materiali; l’azienda che dovesse farlo non soltanto si escluderebbe rapidamente dal mercato, ma andrebbe ad inficiare la reputazione di tutto il proprio settore. Non fa eccezione perciò neppure quel settore fondamentale che è l’industria automobilistica, nel quale una delle più moderne novità è costituita dai prodotti di alta qualità che vanno sotto il nome di profili in gomma estrusi.

Caratteristica essenziale di questi prodotti è infatti la loro piena rispondenza a tutti quei requisiti tecnici – ossia la robustezza e insieme la durata prolungata – tipici del settore automobilistico. Per questo si stanno dimostrando perfettamente in grado di non far rimpiangere né invidiare i prodotti usati fino ad ora, ossia i profili in alluminio: esattamente allo stesso modo, infatti, possono essere plasmati su qualsiasi sagoma necessaria, anche molto complessa, e possono sopportare senza danni sia quell’usura che inevitabilmente deriva dall’essere impiegati e posti sotto sforzo giorno dopo giorno, sia gli effetti deleteri derivanti dall’esposizione al vento, al sole, all’umidità, alla pioggia, e a tutti gli elementi atmosferici. Non è dunque ardita l’ipotesi che, in un futuro non eccessivamente lontano, i profili di questo genere sostituiscano totalmente quelli metallici.